Martedì 19 Giugno 2018 | 00:55

TU NON CONOSCI IL SUD

Napoli rinasce a teatro

Francesco Di Leva: noi del Nest e il "pizzo culturale"

L'attore impegnato nel "Sindaco del Rione Sanità" di Eduardo, con la regia di Martone

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Napoli rinasce a teatro

Mario Martone e Francesco DiLeva al Nest di Napoli

Quarant’anni di spettacolo. Mario Martone, cui da poco è riuscito il «miracolo» di portare oltre un milione di spettatori in sala con un film su Leopardi (Il giovane favoloso, 2014), festeggia l’anniversario in maniera fattiva e anti-retorica. È tornato nella sua Napoli, con la quale in verità la relazione è sempre stata vivida, per la regia di un classico contemporaneo. È Il sindaco del Rione Sanità di Eduardo De Filippo, testo del 1960 in cui, annota Martone, «allora come oggi coabitano la Napoli criminale e quella legalitaria». È la sua «prima volta» rispetto al corpus eduardiano e per ingaggiare la sfida Martone si è «alleato» con la combattiva compagnia del Nest, il teatro di San Giovanni a Teduccio, nella periferia orientale di Napoli.

Ricorda Martone: «Nel marzo del ’77, a diciassette anni, avevo formato il mio primo gruppo e debuttavo: non c’è modo migliore per me di onorare questi quarant’anni di perpetuo movimento tra teatro, cinema e opera, che trovarmi oggi in una sala di cento posti nella periferia di Napoli a lavorare con un vero gruppo, come quelli cui ho dato vita negli anni ’80 (da Falso Movimento a Teatri Uniti). Gli attori del Nest, a cominciare da Francesco Di Leva, così come il regista Giuseppe Miale Di Mauro, non aspettano che la sorte venga loro incontro con chiamate dall’alto attraverso i provini, ma si rimboccano le maniche, trovano un senso nel confronto collettivo, sviluppano idee e si attrezzano perché prendano forma».

Il sindaco del Rione Sanità, prodotto da Elledieffe (la compagnia di Luca De Filippo), dallo stesso Nest e dallo Stabile di Torino di cui Martone è direttore artistico (lascerà a fine anno), è stato in scena fino a ieri al Nest e da martedì 21 per due settimane sarà al «Gobetti» di Torino. Il vecchio camorrista don Antonio Barracano è qui interpretato dal trentottenne Francesco Di Leva, che attualizza il personaggio «in un periodo in cui la vita si brucia presto e a Napoli ci sono ragazzini che fanno i boss della camorra», aggiunge Martone. Camorra e bambini criminali, certo, ma anche una tenace speranza nella rinascita di Napoli, «a portata di mano» nelle parole di Francesco Di Leva. «Vuole degli esempi? Ce ne sono, eccome. Abbiamo portato avanti un progetto con i detenuti del carcere di Airola - racconta - e uno dei ragazzi oggi fa l’attrezzista grazie al contributo della Fondazione Siani e di altri enti pubblici. E lo stesso stiamo cercando di fare per una detenuta di Nisida che ci ha contattato. E si potrebbe parlare a lungo delle attività culturali dell’ex Asilo Filangieri, oltre che del Nest, naturalmente».

Ecco, Di Leva, ci dica meglio cos’è il Nest. Lei lo ha fondato sette anni fa...
«Era la palestra in abbandono di una scuola a San Giovanni a Teduccio, che occupai insieme ad altri giovani artisti, fra i quali lo scenografo Carmine Guarino e l’attore Adriano Pantaleo, pure lui di scena nel Sindaco. In seguito, con il contributo dell’associazione “Gioco Immagine e Parole” che si impegna soprattutto nelle attività per l’infanzia, il Nest - sigla che sta per Napoli Est Teatro - è diventato un centro di militanza culturale, frequentato da persone che altrimenti difficilmente entrerebbero in un teatro».

Quindi avete relazioni non occasionali con il quartiere?
«Sta scherzando? Certo che sì. Taluni commercianti ci pagano addirittura un “pizzo culturale”».

Il pizzo culturale? «Maronna ro’ Carmine»...
«Sì, ristoratori, albergatori, negozianti contribuiscono come possono alla vita del Nest, versando nelle nostre casse cento, duecento, cinquecento euro al mese oppure una tantum, e fornendoci servizi gratuiti: pasti e camere per gli attori ospiti, per esempio. Nel novero di chi paga il pizzo culturale c’è un’impresa di pompe funebri di San Giovanni a Teduccio, ma in questo caso abbiamo preferito i soldi a contributi di altra natura...».

Avete un vostro «cartellone»?
«Certo, fuori dai circuiti tradizionali, con testi innovativi e grandi nomi quali Toni Servillo ed Emma Dante, ma anche giovani assai interessanti, come il gruppo Crest di Taranto con Capatosta o i salentini Tonio De Nitto e Ippolito Chiarello col suo “barbonaggio teatrale”. Abbiamo rapporti con il Kismet di Bari che ha organizzato una trasferta qualche giorno fa portando una cinquantina di pugliesi a vedere Il sindaco del Rione Sanità».

Lei interpreta il «sindaco» Antonio Barracano. Come si misura con un gigante quale Eduardo?
«Con la massima libertà. È stato questo l’invito di Martone, un regista che ammiro per il coraggio che ha sempre dimostrato in scena e aprendo spazi, pensi solo al teatro India nella periferia romana quando dirigeva l’Argentina nella capitale. “Eduardo è giovane”, ci ha detto Mario. Ha ragione. D’altronde, io ho ottenuto i diritti del testo da Luca De Filippo e in seguito Carolina Rosi (vedova di Luca, ndr) ha accettato per la prima volta che lo spettacolo originale della durata di circa tre ore fosse ridotto a meno di due, senza per questo rinunciare ai passaggi essenziali del testo. Eduardo come Shakespeare o Pinter: un classico da rivisitare sotto il segno della libertà rivoluzionaria. Personalmente non sapevo quanto fosse grande la drammaturgia di De Filippo, oggi posso dire che riserva delle segrete dinamiche sceniche davvero strepitose».

Di Leva, nei giorni scorsi Napoli è stata «in prima pagina» per gli scontri in occasione del comizio del leader leghista Salvini, contestato duramente dai centri sociali e per altri versi dal sindaco partenopeo, De Magistris. Dal suo punto di vista, come sta la città?
«Napoli oggi è molto vitale e artisticamente sembra essere tornata agli anni Settanta dell’”onda vesuviana”. Il pubblico affolla nuovamente i teatri off, la critica ne scrive, i giovani prendono coraggio. Quanto ai centri sociali, posso dire che si stanno impegnando nelle periferie per contrastare sia la camorra sia l’immagine dominante di una sconfinata Gomorra, che non corrisponde al vero».

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