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Domenica 22 Aprile 2018 | 07:03

TU NON CONOSCI IL SUD

Il Sud oltre il muro con Santino

Un racconto di Daniele Del Giudice e il Ferragosto del "sole invincibile"

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

L’estate all’apice consente un consiglio per la lettura fuori delle pagine culturali. È una raccolta di testi brevi editi e inediti di Daniele Del Giudice per i tipi di Einaudi, I racconti, già recensita sulle nostre colonne. Qui non mette conto di ribadirne la qualità, confermata dall’assenza nelle classifiche stagionali dei titoli più venduti, giacché in Italia essi di rado coincidono con i migliori dal punto di vista letterario (prevalgono i libri che si giovano dell’esposizione mediatica dell’autore o le memorie e i resoconti di cuochi, stilisti, ninfette, blogger...).

Piuttosto, vogliamo «rubare» a Del Giudice l’immagine folgorante del finale di uno dei racconti, intitolato «Fuga» in virtù del personaggio che ne ispira l’ambientazione, l’architetto fiorentino Ferdinando Fuga, il quale, nella Napoli settecentesca dei Borbone, progettò alcune opere improntate allo spirito illuministico. Fra queste rimangono la facciata della Chiesa dei Girolamini, l’imponente Real Albergo dei Poveri che a Napoli chiamano «Il serraglio» e il Cimitero del Popolo ai piedi della collina di Poggioreale, conosciuto come «Trecentosessantasei fosse», una per ogni giorno dell’anno, senza dimenticare i bisestili.

In quel luogo macabro circoscritto da alti muri - abbandonato alla fine ‘800, tuttavia ancora presidiato da una famiglia di guardiani che si tramanda l’incarico di padre in figlio -, Del Giudice immagina che trovi rifugio un ragazzino in fuga dal camorrista cui ha cercato di rubare la motocicletta. Si chiama Santino ed è il vero protagonista del racconto. A tu per tu con il custode che lo sorprende nel recinto mortuario, Santino – e il lettore con lui - apprende la storia e il «meccanismo» cronologico delle «Trecentosessantasei fosse». Mentre nel buio, forse contro la paura, echeggiano i versi di antiche canzoni napoletane. Così, nello spazio di una notte durante la quale lampeggiano i fantasmatici Lumi della Ragione perduta, affiorano alla ribalta la storia gloriosa e il presente degradato del Sud, certe nenie dolcissime come la Santa Lucia immortalata da Enrico Caruso e i colpi di rivoltella del malavitoso che vuole imporre la sua vendetta: una punizione non solo illegittima, ma anche ingiustificata considerando che ha recuperato la «Yamaha».

Santino è irretito dagli eventi e dal racconto, paralizzato dal terrore e poi risollevato dall’intervento decisivo del custode che mette fuori combattimento ‘o malamente, «sistemandolo» nella fossa numero 241 corrispondente al giorno 29 agosto che già albeggia. «Ma dove sei finito? Santino?... Hai già scavalcato il muro, scendi la rampa, trattieni il passo allungato dalla pendenza. Chi potrebbe dire che ti sia accaduto qualcosa, o che tu abbia a che fare con quel che è accaduto, te ne vai verso le luci che terminano di netto nel bordo scuro del mare. Sei di nuovo nel rumore, sei nel caldo».

Daniele Del Giudice è nato a Roma nel 1949 ed è veneziano di adozione. Autore di libri preziosi quali Lo stadio di Wimbledon, Atlante occidentale e Staccando l’ombra da terra che muove dalla passione per il volo, è considerato l’erede letterario di Italo Calvino per il piglio favolistico, l’anelito filosofico e la leggiadria ironica e malinconica con la quale coglie i sommovimenti nascosti della realtà, «ciò che scorre sotto la crosta terrestre dell’epoca» (Tiziano Scarpa, nella prefazione a I racconti). Ma da alcuni anni la voce tersa della sua scrittura tace per colpa di una malattia.

Si potrebbero fare molti discorsi sulle immagini del Sud di oggi compresso fra la musica e il crimine, ovvero lacerato fra la poesia e le sparatorie, fra il folclorismo prediletto dai turisti che lo affollano e un futuro ineffabile, fra Gomorra e la Pizzica da una parte e dall’altra le questioni concrete del lavoro, dell’ambiente, dello sviluppo incerto e del rilievo geopolitico. Il Sud sospeso tra la vita e la morte che secondo Carlo Levi qui sono compresenti, convivono nell’esperienza quotidiana. In proposito, vale la celebre affermazione di Albert Camus, il più mediterraneo dei grandi autori del ‘900: «Per correggere una indifferenza naturale, venni messo a metà strada fra la miseria e il sole. La miseria mi impedì di credere che tutto sia bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto».

Si dovrebbero fare molti discorsi, o almeno uno ogni tanto, sull’orizzonte che intravediamo, concepiamo o immaginiamo per il Sud. Sia chiaro, oltre gli stereotipi e di là dalla svogliatezza o dalla sorpresa «antropologica» con cui il Mezzogiorno viene «scoperto» e descritto di tanto in tanto, da ultimo all’indomani del tragico scontro ferroviario tra Andria e Corato di poco più di un mese fa. In quei giorni qualcuno magnificava le eccellenze pugliesi degli ultimi lustri (talune già finite in archivio) e altri chiedevano a cantanti e attori della regione come fosse stato «crescere in Puglia», evidentemente considerata alla stregua di una landa esotica. E non osiamo pensare a cosa potrebbe toccare ai lucani quando dovesse diffondersi la consapevolezza che Matera capitale europea della cultura 2019 rischia di fallire, se non come bed and breakfast dilagante nei Sassi, per i conflitti «tribali» intestini alla città. E sì che il vero fallimento a balenare è quello della cultura europea incapace di interpretazioni valide e risposte autentiche sui migranti come sulla Brexit, alla faccia della ritualità un po’ dépassé delle «capitali».

Ma oggi è Ferragosto, è festa. Nel «sole invincibile» di Camus, scavalchiamo quel muro con Santino ed è subito mare, è subito Sud.

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