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Lunedì 25 Settembre 2017 | 13:48

TU NON CONOSCI IL SUD

Bari, 8 agosto 1991

Venticinque anni fa l'arrivo della "Vlora".

Fra Amarcord e nuovo inizio. E l'esodo continua

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Bari, 8 agosto 1991

Il leggendario passaggio notturno del Rex al largo di Rimini in Amarcord (1973) di Federico Fellini conclude una sequenza iniziatasi in pieno giorno. È un’epifania «adriatica» della storia del cinema e dell’immaginario collettivo concepita sulla sponda del Tirreno. Il direttore della fotografia del film, Giuseppe Rotunno, ebbe a raccontare: «Il Rex fu girato dentro le piscine di Cinecittà. Invece l’imbarco per la serata del passaggio del Rex l’abbiamo girato a Fiumicino, stavamo girando un tramonto e gli ho detto: “Federico, abbiamo il sole dalla parte sbagliata! A Rimini non tramonta in mare” – “Sto qui per quello!”, mi ha risposto».

L’Adriatico si presta a tale ambivalenza non solo simbolica: orienta e disorienta. Mare «chiuso» e verticale fin da/a Otranto dirimpettaia dei monti albanesi, fu propaggine lagunare della Serenissima che lo dominò, colonizzò e ribattezzò «golfo di Venezia» o «nostro canal». Ma l’ipoteca linguistica non è certo bastata a farne limaccio per gondolieri, e se la Venezia postmoderna può sembrare una lugubre Disneyland ridotta a esibire il declino (Régis Debray), l’Adriatico resta un mare di storie vivide, tramandate nel congedo del ‘900. Non fa spettacolo della realtà, lo è.

Così, nel Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic e nelle raccolte di Sergio Anselmi, libri impareggiabili nel rammemorare che perdersi è ritrovarsi; ovvero, per cantarla con Battiato, che l’alba va cercata dentro l’imbrunire (e viceversa, vedi Amarcord).

Non c’è portolano che tenga per racchiudere l’Adriatico fra margini sicuri o segni tranquillizzanti. Da ultimo, persino le marine ansiolitiche formato famiglia e i bagni romagnoli cari ai Vitelloni e alla Gradisca sono punteggiati di caratteri in cirillico per i russi della classe media (i ricchi, a Forte dei Marmi), trasportati con i charter nell’aeroporto intestato a Fellini al pari delle pizzerie e degli hotel nella sua città.

Quella lingua straniante, esotica, apparentemente paradossale alla foce del Marecchia è una conferma turistica dell’Adriatico quale nostro «Muro di Berlino»: una barriera fluttuante e invisibile che, senza la fatica di crollare, fluidificò frontiere e confuse mondi laddove la geopolitica non aveva neppure immaginato potessero lambirsi.

Fu lo stesso Matvejevic, «filologo del mare», secondo una magnifica locuzione di Claudio Magris, a testimoniare in Mondo ex dello spaesamento che assale il reduce e il transfuga delle ideologie dopo l’Ottantanove europeo. Ma chissà perché da questa parte del muro/mare tendiamo a ritenere che la condizione postuma riguardi sempre e soltanto «gli altri».

Come se un mondo potesse rovinare su un unico versante e se le «macerie» fossero un problema di igiene stradale (leggi: ordine pubblico) e non lo stigma di un’epoca. Essa permane la nostra, come tragicamente confermano le cronache dei naufraghi di questa estate. L’esodo cominciò proprio in Adriatico con l’arrivo della «Vlora» nel 1991, memorabile preludio del Mediterraneo via di fuga e incerto approdo, esilio e speranza.

Un mare di storie e di morti che imporrebbe un bagno di umiltà a tutti noi, sapendo che il sole tramonta lì dove sorge.

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