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Giovedì 21 Settembre 2017 | 07:14

TU NON CONOSCI IL SUD

Schiavi nel Profondo Sud

Il "viaggio" di Enrica Simonetti nell'inferno del caporalato

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Estate pugliese. Finalmente «scoperta» anche dalle guide internazionali, la regione accoglie i turisti che, quale fugace alternativa alle ore in spiaggia, si concedono incursioni nei borghi storici o la «trasgressione» formato famiglia della pizzica. Il mare è ovunque in Puglia: ipnotico, cioè ammaliante e sedativo. Però il mare può essere anche essere un invito al viaggio, un allenamento al confronto con l’Altro, una ricerca di orizzonti «invisibili» persino quando sono sotto i nostri occhi. Enrica Simonetti, giornalista e scrittrice barese che non necessita di presentazioni su queste colonne, ha sempre concepito i suoi libri e molti reportage semplicemente prendendo il largo. Ha intrapreso viaggi sul mare in cerca dei fari italiani, delle storie adriatiche, delle tracce nicolaiane, fedele a un afflato mediterraneo che non riserva alcunché di retorico o di arcadico, anzi, fa risuonare i miti nell’attualità e mette in contatto vicende e leggende altrimenti lontane fra loro.

Quello stesso spirito mediterraneo di necessità e di avventura si avverte nel nuovo lavoro della Simonetti, che pure si annuncia terrigeno sin dalla copertina sulla quale campeggia una raccoglitrice di uva nera: Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato (Imprimatur ed., pagg. 142, euro 13,00). Stavolta l’autrice racconta del suo viaggio nei campi assolatissimi della Puglia, con sconfinamenti lucani e calabresi fino alla piana di Gioia Tauro, a partire dalla tragedia di una donna, Paola Clemente, stroncata dal caldo e dalla fatica il 13 luglio 2015, ad Andria. Era una bracciante agricola di San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto, che si svegliava ben prima all’alba e saliva a bordo di un pulmino «clandestino» nel cuore della notte. Due ore di strada per raggiungere le campagne tra Canosa e Andria, dove era impegnata nella cosiddetta «acinellatura». Si tratta della tecnica di eliminazione manuale degli acini sottosviluppati dai grappoli di uva da tavola, in modo da renderli migliori e «più belli». Scrive Simonetti: «Paola lo faceva da tempo, era bravissima, precisa e puntuale come lo era a casa quando puliva i vetri, la cucina, le stanze dei figli. Non si fermava nemmeno con la “cervicale”. E ora che si parla di autopsia per le indagini sul suo corpo, c’è una famiglia pronta a dire che era in buona salute, che non è umano scaricare sul “caso” delle responsabilità che attengono a un intero sistema». 

Questo «sistema» si chiama da sempre caporalato. È il reclutamento della manodopera, soprattutto nei campi del Mezzogiorno, che ha radici arcaiche e «regole» quasi medievali, tuttavia capace di adattarsi ai tempi e di ingannare le norme che tentano di reprimerlo. Il caporalato è «flessibile», insidioso e per certi versi culturalmente accettato anche dalla filiera economica, viepiù nei periodi di crisi. I caporali sono mediatori del lavoro nero. Un tempo, nelle piazze pugliesi, essi sceglievano tra i braccianti allineati contro un muro chi quel giorno dovesse lavorare e chi no. Oggi si sono fatti più furbi e si celano talora dietro la sigla di un’agenzia del lavoro interinale, ma continuano a essere partecipi e comprimari del meccanismo principe del capitalismo e, per dirla con Marx ed Engels, dei suoi «spiriti animali»: ottenere il massimo del profitto con il minimo della spesa. Costi quel che costi, inclusa la vita di Paola. Incluse le altre vite delle quali Simonetti racconta nel libro: Arcangelo De Marco, pure lui di San Giorgio Jonico, finito in coma in un vigneto di Metaponto; Abdullah Mohammed, sudanese morto a Nardò mentre raccoglieva pomodori; Ioan Puscasu, rumeno stroncato da un infarto nel Torinese...

Sono i «nuovi nomadi delle campagne», scrive Simonetti; uomini e donne spesso ridotti al rango di fantasmi nei notiziari dei mass media, tranne che in casi eccezionali, come la rivolta dei lavoratori africani di Rosarno nel 2010 innescata da un’aggressione razzista, forse determinata dalla ‘ndrangheta. «Nuovi nomadi» per i quali torna alla memoria il capolavoro letterario di John Steinbeck, The Grapes of Wrath (1939, il titolo italiano è Furore, al pari del film che ne trasse John Ford). In quel romanzo una famiglia depauperata dalla Grande Depressione americana degli anni Trenta del ’900 si metteva in viaggio verso Ovest, scontando ogni sorta di disgrazia: «E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e si avvicina l’epoca della vendemmia». Qui e ora, ottant’anni dopo nel cuore di un’Europa incerta ormai persino della propria esistenza, il neo-schiavismo spesso è più forte della legge, delle istituzioni, del Welfarism che fu uno dei valori alla base dell’Unione europea. Schiavitù tanto più odiosa quando riguarda le donne, talora ricattate nella sfera sessuale. Schiavitù difficile da debellare perché coincide con una dimensione che si vorrebbe «naturale» del mercato del lavoro, sebbene negli ultimi tempi una serie di iniziative, come l’introduzione di un «bollino etico» per i prodotti agroalimentari, stiano faticosamente cercando di scardinare questo paradigma.

Simonetti, nella sua inchiesta «on the road o meglio in the fields», incontra braccianti pugliesi e immigrati extracomunitari, entra nei ghetti dove gli africani sopravvivono in condizioni a dir poco degradate, parla con i sindacalisti (in prima linea la FLAI Cgil), allinea nelle appendici del volume gli stralci giudiziari e le iniziative parlamentari seguite alla morte della Clemente. Intanto, evoca «voci lontane sempre presenti» del nostro Sud, da Ignazio Silone col suo classico Fontamara a Tommaso Fiore, da Peppino Di Vittorio a Matteo Salvatore. Tutto e sempre in prima persona. Così, Morire come schiavi si rivela un interessante esperimento di autofiction temperata, esente da narcisismo. L’autrice passa al vaglio della cronaca insieme alla cronaca stessa, si lascia contagiare e trasformare dalle storie che racconta. Una risposta all’indifferenza e, implicitamente, una replica a chi dà per spacciato il giornalismo.

«Morire come schiavi» di Enrica Simonetti verrà presentato venerdì 27 maggio, alle 18, nella libreria «Quintiliano» di Bari (via Arcidiacono Giovanni 9). Con l’autrice, interverranno Luigi Bramato e Oscar Iarussi.

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