Domenica 24 Giugno 2018 | 03:14

TU NON CONOSCI IL SUD

Foggia? Non dirle mai addio

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Foggia? Non dirle mai addio

Foggia è la cenerentola della Puglia che fa tendenza di questi ultimi lustri; come dire?, la città meno «di moda». Sin dagli esordi della «Primavera pugliese» che ormai una quindicina di anni fa inaugurò il nuovo corso, la Daunia apparve subito trascurata rispetto al Salento. Forse perché quella stagione politica malcelava una certa eloquenza/indolenza nelle corde del Tacco più che delle altre province, o per contingenze più prosaiche, chissà. Così, a nord dell’Ofanto, la Puglia «primaverile» sembrò immobile e comunque poco beneficiata dal vento del cambiamento, in attesa magari di ballare in un’estate che non fosse solo caldo tropicale e folate di quel «favonio» che dall’Africa soffia fino alle Alpi, dove cambia nome e diventa Föhn.

Foggia protestò per essere stata messa in secondo piano, ma senza lamentele eccessive, sapendo forse che la stasi è talora preferibile al falso movimento, perché una fiammata può risolversi in fuke de pagghie. Scetticismo rispetto al nuovo? No, piuttosto «ardente pazienza» e adesione all’antropologia contadina che, qui come in molte aree del mondo, dall’India ai Balcani, serba un rapporto con il fuoco nutrito di intimità e di venerazione, ma anche di esorcismo, di magia ancestrale, di catarsi. Ed è pazzesco che il fuoco, dal grande rogo di Peschici del 2007 in avanti, sia diventato la maledizione del Gargano che ha nel suo codice genetico le «fracchie» (fiaccole) del Venerdì santo a San Marco in Lamis.

Già, la Puglia e la Basilicata incarnavano lo spirito del fuoco e si pensi anche alla «fòcara» salentina di Novoli per Sant’Antonio abate taumaturgo. Erano terre di sciamani che - per dirla con l’etnologo Ernesto De Martino - «signoreggiavano il fuoco», camminavano sui carboni accesi. Foggia è la città che più di altre custodisce simbolicamente quella vampa, come del resto testimoniano le tre fiammelle sull’acqua nello stemma civico, legate al ritrovamento nel 1062 della Madonna dei Sette Veli, l’icona bizantina che dà il la alla storia cittadina post-Arpi. Sin da allora, Foggia è scenario di epifanie e di disastri dai quale rinascere. Testarda e coraggiosa: dopo il terremoto del 1731, le bombe anglo-americane del 1943, il crollo di viale Giotto del 1999. Anzi, un saggetto laterziano di Guido Pensato e Saverio Russo, La città apparente (2000), mise in correlazione le catastrofi con l’identità foggiana e il suo «pessimismo». Sebbene scrittori e artisti come Luciano Bianciardi e Joseph Beuys, entrambi giovani in divisa nella tragica estate foggiana del 1943 (ventimila morti tra fine maggio e metà settembre), riconobbero fra le rovine della stazione una palingenesi possibile.

Lungo i binari «sotto il torrido cielo», a metà degli anni ‘50, Eugenio Montale ambienterà l’onirico racconto Clizia a Foggia, il sogno di una donna-ragno. Le Ferrovie sono cruciali alla luce di un celebre detto: «Fuggi da Foggia, non per Foggia, ma per i foggiani». Alberto Moravia, deluso dai vuoti urbanistici che oggi sono considerati virtuosi, ci mise del suo definendola «una città orribile, un coito interrotto». Peccato che Moravia, reduce dal viaggio nel Tavoliere, non abbia fatto menzione di Borgo Segezia, la frazione rurale voluta dal fascismo (ministro Araldo Di Crollalanza) con la sua scansione metafisica dello spazio pubblico. E sì che a progettare Borgo Segezia, come le altre «città del duce» (Aprilia, Pomezia, Fertilia) raccontate dal premio Strega Antonio Pennacchi in Fascio e martello (Laterza 2008), fu l’architetto Concezio Petrucci, suocero di Enzo Siciliano, lo scrittore grande amico di Moravia.

In ogni caso all’autore di Gli indifferenti rispose indirettamente una scritta a spray su un muro del capoluogo daunio, ai tempi del ‘77 creativo di Andrea Pazienza, il genio del fumetto nato a San Severo e scomparso a 32 anni giusto trent’anni fa (Roma gli rende omaggio con una mostra al Mattatoio fino al 16 giugno). «Eppure sono nato a Foggia», recitava la frase laconica e provocatoria. Poco oltre l’anonimo writer aveva aggiunto: «I love Fo Fo». Già, a Foggia e in provincia è pur sempre sbocciato il riscatto meridiano delle arti, grazie a Renzo Arbore e alla sua banda memore della notti in jazz alla Taverna del Gufo (Santoro, Telesforo); a Sergio Rubini che con La stazione in quel di San Marco in Lamis nel 1990 suonò la carica del cinema «pugliese» a venire; e al mito del grande sindacalista cerignolano Peppino Di Vittorio che ha ispirato numerose opere e, su tutte, il film tv del 2009 Pane e libertà di Alberto Negrin, con Pierfrancesco Favino (oriundo al pari del lucerino Fabrizio Gifuni). Per non parlare della musica leggera o folk, all’ombra della statua di Umberto Giordano e del complesso scultoreo delle sue opere nell’omonima piazza. Parliamo di Adriano Celentano e Lucio Dalla, Matteo Salvatore e i Cantori di Carpino...

Oggi da Foggia si fugge non più che dal resto del Sud. Se ne vanno i giovani e molti non fanno ritorno, nonostante l’università abbia ormai un buon livello con punte di eccellenza (Agraria e Medicina), nonostante la biblioteca La Magna Capitana sia riuscita a resistere alla crisi che l’ha investita e resti per ampiezza la seconda del Sud dopo Napoli, nonostante il teatro Giordano sia finalmente rinato... A proposito di teatri, negli ultimi anni sono sorti alcuni piccoli spazi non dediti al repertorio vernacolare, aggiungendo titoli e occasioni al cartellone dell’ormai «tradizionale» Teatro del Fuoco. Parliamo della Piccola Compagnia Impertinente, del Teatro della Polvere, del Teatro dei Limoni, che contribuiscono al festival settembrino delle nuove drammaturgie. Mentre le attività culturali e sociali godono qui dell’inedito sostegno dei privati, a differenza che nel resto della regione dove gli sponsor sono occasionali e le Fondazioni vivono esclusivamente di soldi pubblici e in particolare dei fondi Fesr comunitari. A Foggia fanno testo la «Apulia Felix» presieduta dall’archeologo Giuliano Volpe, con il suo bellissimo auditorium di Santa Chiara, la «Monti Uniti di Foggia», la «Fasano - Potenza» legata alla Caritas Diocesana e la «Siniscalco Celci». Per non parlare della basilica paleocristiana «ricostruita» con cavi d’acciaio dall’artista Edoardo Tresoldi in quel di Siponto, un simbolo del legame tra il passato e il futuro nel parco archeologico della marina dei foggiani.

Insomma, di là dalle mode che inevitabilmente... passano di moda, Foggia ha dalla sua il carattere della formica a petto di troppe cicale e l’adesione testarda alla terra fin dall’etimo «cavo» e sotterraneo (fovea era la fossa per conservare il frumento, nello storico Piano delle Fosse). Quando l’ultimo tycoon indiano o l’ennesima diva americana si saranno stufati delle masserie salentine e dei matrimoni in spiaggia a Polignano a Mare, il terrazzano foggiano o l’emigrante africano di Borgo Mezzanone che ha preso il suo posto con buona pace di Salvini metteranno la testa fuori, nell’afa. Loro non l’hanno mica visto, ma concreteranno il titolo di un film del grande Luciano Emmer: Foggia, non dirle mai addio.

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Articolo apparso nell'inserto per i 130 anni della Gazzetta del Mezzogiorno il 28 maggio 2018 

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