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Mercoledì 23 Agosto 2017 | 06:14

Handicap, parcheggiati al lavoro

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Quando dico che lavoro, tutti guardano ammirati la carrozzina e poi fissano gli occhi su di me: «Ma che bravo, fai il giornalista, almeno passi il tempo!».

Ma perché il lavoro per una persona disabile deve essere ancora considerato una concessione, quando va bene uno sfogo o uno svago di carattere ludico sociale?

Perché, a 18 anni dal varo della legge 68 sull'assunzione obbligatoria delle persone disabili, il lavoro rimane una chimera a per i più di 3 milioni di persone con handicap italiane che potrebbero essere inserite in percorsi lavorativi mirati, anche con un periodo di avviamento e di accompagnamento alla formazione?

Le eccezioni ci sono, ma rimangono pie eccezioni e si concentrano soprattutto al Nord. Il Sud rimane fanalino di coda, manco a dirlo. La Puglia ristagna nella nebbia.

Tre esempi emblematici: Emanuele, Francesca e Walter.

Emanuele ha 56 anni, vive nelle Marche, con una tetraparesi importante, ha sempre lavorato nella fabbrica di mobili del padre, una delle punte di diamante di quello sviluppo possibile dell'Italia centrale che ci fece gridare al miracolo della piccola e media impresa negli Anni 70 e 80. Si occupava della contabilità e l’azienda andava bene. Poi è arrivata la crisi, l'azienda ha chiuso e il papà di Emanuele è morto con il groppo in gola di non potergli assicurare un futuro sicuro. Lui, non si è perso d'animo, si è rivolto ad una cooperativa sociale che lo ha accolto. Nuove possibilità sembravano aprirsi. Poi Emanuele si è dovuto scontrare con la dura realtà. La cooperativa era solo un palliativo. Nessuno lo faceva lavorare, era relegato per ora in biblioteca con l’unica alternativa di leggere vecchi giornali per non impazzire. È caduto inevitabilmente nella spirale della depressione, chiuso in casa e non parla più con nessuno.

Francesca ha 38 anni, vive in un paesino della Murgia pugliese, ha un lieve deficit cognitivo.
Una bambina nel corpo di una donna. Sfoga il suo disagio con crisi di rabbia, sogna amori che non potrà mai realizzare e lo sa.
Tutti sanno che un'esperienza lavorativa la aiuterebbe molto, la recupererebbe al 60%. Lei fa volontariato nella mensa per i non abbienti. Poi, come un sogno, il lavoro arriva: la assumono in un percorso mirato come inserviente nella Asl, per lei comincia una nuova vita.

Walter ha 49 anni, un deficit cognitivo e di linguaggio. Dopo un'infanzia a Bari. I genitori decidono di trasferirsi al Nord del Nord, nel Trentino Alto Adige le cose funzionano meglio per l’handicap. Trovano casa a Cavalese, si rivolgono all’Anffas locale e divengono i principali animatori. Walter segue un corso di legatoria. Adesso lavora stabilmente negli stabilimenti della cooperativa e avrà un futuro anche quando papà e mamma non ci saranno più.

Storie smozzicate e monche, da un pianeta mai troppo esplorato, tra luci ed ombre.

Sindacati e patronati stentano a raccogliere dati sul collocamento dei disabili. In Puglia, come a livello nazionale la più attiva nell'avviamento al lavoro delle persone con handicap è l’Associazione Nazionale persone Down. In provincia di Bari, Giuseppe è campione nazionale di nuoto, vive l’handicap, con un suo particolare equilibrio. Lavora come magazziniere in un grande supermercato. Come tutti vorrebbe avere una ragazza e magari sposarsi. Forse un giorno riuscirà. Lui si alza ogni giorno e prende il pullman da solo. Non è una cosa semplice ma lui lo fa. A trovare una sua dimensione, dove la diversità è solo un'altra forma di normalità. Giuseppe è amico di Nicola, un ragazzo con lievi problemi di autismo che lavora in una cooperativa agricola e ad etichettare i pallet per la spedizione non lo batte nessuno. Qualche volta escono insieme. La situazione è a macchia di leopardo.

Tanti, troppi disabili rimangono nel limbo e rischiano il baratro.

Rischiamo di essere le solite cassandre, la solita voce urlata nel deserto e nell'indifferenza.

Gli handicappati hanno la pensione di invalidità. Lavoro non ce n'è. Cosa vogliono di più?

Perché nessuno prende in considerazione il valore curativo di un'attività di lavoro per le persone con disabilita? Perché molte aziende, pur di non pagare le multe finiscono per concepire l'impiego di un disabile come una buona azione che poi finisce per parcheggiare la persona in zona di comfort senza che possa esercitare alcuna attività, inducendo spesso una spirale di depressione e regressione?

L’handicap e anche il dramma della solitudine. Le istituzioni, quando ci sono fanno quello che possono. Ma non è mai abbastanza. Una domanda muore sempre in gola, sempre la stessa, sempre senza risposta: che succederà dopo?

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