Giovedì 21 Giugno 2018 | 13:55

Il disabile Siddartha, le tre fasi dell'handicap

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Il disabile Siddartha, le tre fasi per affrontare l'handicap

Quando arriva in una famiglia, la disabilità è una deflagrazione termonucleare globale. Esiste necessariamente un "Prima" e un "Dopo" l'evento".

Ad affrontare il trauma in prima linea, oltre al soggetto interessato, quando sia in grado di farlo, ci sono sempre e soltanto i genitori; Ma le schegge e i contraccolpi psicologici e strutturali, finiscono per interessare tutto il contesto familiare e amicale di riferimento. 

Chi viene investito dal problema, si sente sempre un sopravvissuto. Inerte e disarmato. Che deve prima di tutto ricostruire se stesso.

Da dove ricominciare?

Ci sono tre momenti da attraversare.

1) Il rifiuto: Io non sono la mia disabilità. Mio figlio, mio fratello, mio cugino, il mio amico, non è la sua disabilità.

In questa fase ci si aggrappa a tutto quanto possa allontanare da te e dal tuo contesto la  disabilità: i medici sbagliano, mio figlio non parla, ma capisce tutto, il mio amico non cammina. ma è un genio! 

Potremmo stigmatizzare questo atteggiamento come la sindrome di Stephen Hawkins, salvo poi a scoprire che non tutti siamo, o sono, Stephen Hawkins e doversi confrontare con la cruda e difficile realtà di una condizione data, che a volte si potrà sicuramente migliorare, ma difficilmente si potrà cambiare, o ridurre a schemi di normalità standardizzata, quanto inseguita e vagheggiata.

 

2) Accettazione acritica: Io sono la mia disabilità. L'handicap mi sovrasta, sono impotente e stremato dagli eventi. Una maledizione mi è piovuta dal cielo e tutto mi è dovuto. Non posso farci nulla. Sono gli altri che devono comprendermi e adeguarsi a me, non io a loro. Se non lo fanno diventano automaticamente nemici da denigrare e da combattere; ignoranti, incompetenti, anaffettivi insensibili.

Potremmo definire questo secondo atteggiamento come sindrome del Marajah, dispotico e chiuso in se stesso.

3) Metabolizzazione razionale: Ok, io sono anche, la mia disabilità. E' il momento più difficile, quello in cui si è in grado di farsi carico della disabilità, che sia propria o altrui, la fase in cui ci si rende realmente conto di una determinata condizione, anche per averci lottato e sbattuto contro e si viene a patti con essa. Ok, io sono un sopravvissuto, ma sta a me, genitore, disabile, o normodotato affettivamente coinvolto, scegliere se ricostruirmi o mollare. Ho bisogno dell'aiuto degli altri?

Ok, devo accettarlo. Ma non dovrò mai pretenderlo. Dovrò essere io a fare il primo passo, aiutando gli altri ad aiutarmi.

Potremmo definire questo terzo atteggiamento come Resilienza Consapevole.

Un ultima avvertenza: le tre fasi esaminate, non sono conseguenziali e scandite temporalmente. Piuttosto appaiono come concorrenti, sovrapponibili e configgenti nello spazio e nel tempo. 

Da ciò deriva che il disabile e chi lo circonda, proprio come il Siddartha di Hermann Hesse e come ogni essere umano, dovrà essere guidato e accompagnato in un percorso di acquisizione e consapevolezza di Sé e dei propri limiti.

Nessuno si salva da solo. Neanche Buddha. 

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