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Giovedì 19 Ottobre 2017 | 18:27

L'Europa dei muri

Kick off

Francesco Chiarello

Francesco Chiarello

Il blog vorrebbe essere appunto un «calcio d'inizio» e, più estesamente, un commento, un avvio di discussione su fatti e avvenimenti che riguardano la società, la politica e l'economia, con particolare riguardo a ciò che accade nel Mezzogiorno e in Puglia.
Ma il verbo to kick significa anche scalciare e il sostantivo kick vuol dire contraccolpo, rinculo. In omaggio a questi significati il blog si propone di offrire punti di vista non allineati, polemici, sui temi che ispireranno gli interventi dell'autore.

Franco Chiarello insegna Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Bari «Aldo Moro». I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente i rapporti tra economia e società, le problematiche dello sviluppo locale e i rapporti tra sviluppo e ambiente. Su questi temi ha pubblicato diversi saggi e volumi.

Quello dell’emigrazione è stato il tema più caldo del referendum che ha deciso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. E gli effetti della Brexit non si sono fatti attendere. Pochi giorni fa il governo inglese ha annunciato la costruzione di un muro di cemento armato nell’area del porto francese di Calais per bloccare i migranti che tentano di attraversare clandestinamente la Manica, nascondendosi nei camion che vengono imbarcati sui traghetti per il Regno Unito. Benché quasi tutti paghino somme ingenti ai passeur (l’equivalente dei nostri scafisti a quelle latitudini) e ai camionisti, pochissimi migranti riescono ad eludere i controlli della polizia di frontiera e il numero dei morti tra coloro che tentano l’impresa è ingente.

Le coste della Gran Bretagna sono al di là del Canale, ma curiosamente il confine inglese è collocato nel porto di Calais. Lo stabilisce il trattato di Le Touquet, siglato da Blair e Sarkozy nel 2003. In base a questo trattato alla polizia di frontiera britannica viene concesso di operare controlli in territorio francese e in cambio il governo inglese accetta la presenza di agenti francesi sul suo territorio. Ma è evidente che l’accordo è vantaggioso solo per i britannici, dato che permette al Regno Unito di controllare sul suolo francese chi dalla Francia arriva in Inghilterra, ma di fatto non ha una funzione speculare perché non c’è un flusso di migranti nel verso opposto. “E’ come se la frontiera della Grecia fosse in Puglia”, ha dichiarato qualche mese fa il responsabile di una ONG francese.

Calais è una città dove migliaia di persone (5 mila? 10 mila?, chi può dirlo!), miracolosamente sfuggite alla guerra o alla povertà nei propri paesi di origine, si accalcano in spazi aperti denominati “giungle”. Si tratta di veri e propri immondezzai, esposti al caldo torrido dell’estate, affondati nella melma delle piogge ricorrenti e attanagliati dal freddo pungente dell’inverno.

Uomini, donne e bambini sono ammassati in squallide baracche o in tende di fortuna, molte delle quali talmente piccole che spesso prendono fuoco appena si accende un fornello per scaldare una vivanda o per proteggersi dal freddo. Il più grande di questi gironi danteschi si trova a Calais, ma molte altre “giungle” sono sparse nel territorio circostante (a Dunkerque, Tioxide, Téteghem, Grande-Synthe, Norrent-Fontes, ….).

Avversati dagli inglesi, ancor più dopo Brexit, i migranti di Calais sono stati abbandonati anche dalle istituzioni e dai partiti francesi. Anzi, sulla guerra ai migranti si stanno già esercitando, con toni marcatamente emulativi, tutti gli aspiranti candidati alle elezioni presidenziali francesi della prossima primavera. Il governo nazionale, socialista, si è progressivamente disimpegnato, lesinando fondi ai centri di accoglienza e per gli interventi di prima necessità, per timore di avvantaggiare elettoralmente la destra. Un cambiamento di posizione radicale, se si pensa che nel 2000 il Primo Ministro socialista Lionel Jospin aveva aperto il centro di accoglienza di Sangatte, poi chiuso, due anni dopo, dall’allora Ministro degli Interni Nicolas Sarkozy. I partiti conservatori di centro-destra chiedono al governo interventi repressivi più drastici e si adoperano in tutti i modi per impedire che qualche spiffero di umanità possa arieggiare la stagnante indifferenza governativa. Dal canto loro, il Front National e altre formazioni di destra xenofobe reclamano l’espulsione in massa dei migranti e periodicamente testimoniano la loro repulsione con aggressioni e incendi delle “giungle”.

Gli unici a darsi da fare per i migranti e per restituire dignità alla grande tradizione francese di tolleranza e di ospitalità sono i volontari e i militanti di associazioni politiche. I quali riescono a sopperire alla totale assenza di intervento pubblico con pochissimi mezzi, ma con grande efficienza. Caso assai raro nel mondo delle associazioni, essi sono riusciti a costituire un organismo di coordinamento, la PSM (Plateforme de Soutien aux Migrants), che si occupa di trovare le risorse necessarie (quasi sempre donazioni di organizzazioni religiose o fondazioni umanitarie) per offrire ai migranti i servizi essenziali alla loro sopravvivenza nell’inferno delle “giungle”.

A cosa può servire un muro di cemento - costoso (2 milioni di sterline) e sicuramente brutto dal punto di vista estetico - se Calais è già da anni una città separata dal suo mare da alte barriere di filo spinato (quando ci sono stato, lo scorso anno, il mare quasi non sono riuscito a vederlo) e assediata da nugoli di poliziotti in assetto antisommossa per impedire ai migranti di infiltrarsi nei camion che vanno in Inghilterra e, di tanto in tanto, per sgomberare e radere al suolo le “giungle” che si vanno formando qua e là attorno alla città?

E’ del tutto evidente che, come altri muri che l’hanno preceduto (dapprima in Spagna e poi, a seguire, in Ungheria, Austria, Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Turchia, Bulgaria, Spagna), quello di Calais non riuscirà a fermare l’esodo dei migranti verso la Gran Bretagna, così come non vi sono riuscite le barriere di filo spinato che separano il porto dalla città. Ma anche questo, come tutti i muri, ha un elevato valore simbolico che il governo conservatore di Theresa May in Gran Bretagna e quello “socialista” di François Hollande in Francia intendono capitalizzare sul mercato politico interno.

Calais è uno dei simboli più eloquenti del disfacimento europeo. La solidità cementizia dei muri che l’Europa costruisce per difendersi dalla minaccia dell’immigrazione non è il simbolo della sua compattezza, ma ne rivela tutta la fragilità. Anzi, più i muri si moltiplicano e più il vecchio continente si sfarina.

L’Europa è vecchia e decrepita. Al vento impetuoso della globalizzazione e della crisi economica è capace di reagire soltanto raggomitolandosi sotto le coperte dell’austerità dettata dal neoliberismo e dall’ordoliberalismo tedesco. L’Europa che c’è è quella che rende più ricche le nazioni dominanti e più povere quelle già povere del Sud Europa. L’Europa che c’è è quella che, in nome dell’ideologia del libero mercato, smantella i diritti dei lavoratori e il welfare, accresce le disuguaglianze, la precarietà e la povertà all’interno delle nazioni e compromette sistematicamente i fragili equilibri ambientali.

L’Europa che sognava Spinelli non c’è mai stata. Il federalismo sta ormai all’Europa come la neve all’Equatore. Ma L’Europa non c’è più sul piano dei valori del lavoro e dell’uguaglianza. Non c’è da tempo sul piano dei valori di accoglienza e di solidarietà. Amen!

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