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Domenica 22 Aprile 2018 | 02:58

Le Isole Ionie 150 anni fa

Il topo di biblioteca

Angelo Sconosciuto

Angelo Sconosciuto

«Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro l'inverno dello spirito...», ha scritto Marguerite Yourcenar.

Le Isole Ionie 150 anni fa

Trecentocinquantancinque copie – compresa la sua – avevano già un possessore nelle isole Ionie, prima ancora che il libro vedesse la luce: ben sei erano per Attanasio, metroplita greco-ortodosso, quattro ciascuno per mons. Spridione Maddalena – arcivescovo cattolico – e per il rabbino maggiore Tedeschi; tre copie erano per il prefetto (ò nomàrkis) Demetrio Mavrocordato ed altrettante per estimatori, che evidentemente avevano deciso di far dono di quelle pagine ai loro amici o – più verosimilmente – a quella “gioventù studiosa”, per la quale era “proposto all’uso”.
A distanza di 150 anni esatti dalla sua pubblicazione, è impossibile stabilire la tiratura e l’effettiva diffusione. Di certo, a leggere la nota dei “nomi degli onorevoli signori associati”, che avevano sottoscritto in anticipo una copia - ed a notare che in Italia vi è solo un esemplare conservato nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze (copia peraltro digitalizzata e messa a disposizione in libera lettura) mentre in Francia ne segnaliamo un altro nella biblioteca dell’Université de Paris-Sorbonne Paris 4 - c’è da considerare che l'autore si dovette dare un bel da fare per far conoscere il suo “Saggio di una descrizione geografico-storica delle isole Ionie (Eptanesia) proposto ad uso della gioventù studiosa”. L’aveva chiuso il 20 marzo 1865, scrivendone l’introduzione e P. Donato De Mordo l’affidò per la stampa alla Tipografia Jonia dei Fratelli Caos, dei quali non sembrano esserci ulteriori tracce apparenti in altre pubblicazioni conservate in Italia.
Nemmeno dell’autore, del resto, si conoscono notizie in abbondanza, tali da poter abbozzare un minimo di biografia. Non c’è traccia, ad esempio, nei tanti appunti che Angelo De Gubernatis riordinò a fine secolo XIX per il suo “Piccolo Dizionario dei Contemporanei italiani” (Roma, Panzani e C. Tipografi del Senato, 1895), né i più noti repertori dell'epoca recano quel nome. Eppure, Donato De Mordo potrebbe essere considerato tale se, proprio nell’Introduzione dell’opera che ci occupa, scrivendo del suo “istinto per gli studi geografici” sviluppatosi in lui “fino dalla più tenera età”, palesa il suo essere anche “veneziano”, perchè visse nei pressi della laguna nei primi due anni della sua vita, quando la abbandonò “in mano a stranieri oppressori”, per recarsi a Corfù, ove nacquero e vissero – scrisse - “i miei antenati e i miei genitori e ove io pure vidi la luce”. Non solo. Parla di Corfù “dove anco un mio bisavolo, l'Eccellente Dottore Lazzaro De Mordo, lasciato avea di sé fama e memoria onorata”. Da questi pochi elementi, sembra di capire che De Mordo fu espressione di quella “identità particolare, che vide la lingua italiana coesistere con la greca” - ha scritto Tzortzis Ikonomou -, peculiarità dei rapporti tra Italia e isole Ionie, che videro esaltare, ad esempio, le origini greche di Ugo Foscolo, ma che dal XIII secolo in avanti “per secoli ha prodotto uomini di lettere significativi e opere importanti”. L'essere discendente del dott. Lazzaro De Mordo, del resto, è ulteriore indizio di questa ricostruzione, perchè quel medico è lo stesso al quale Nicolaos Baptistiades Delvinottis (Corfù, 27 giugno 1777 – 12 settembre 1850), autore di una traduzione in italiano dell'Odissea, indirizzò dei versi, “gli Sciolti alla spoglia mortale di Lazzaro de Mordo Israelita dottore in Medicina nel 1823”.
E nella diffusione del libro, a ben scorrere i cognomi di origine ebraica (Baruch, Gesuà, Jeudà, Levy, Mordo,...), dovette giovargli anche la possibile appartenenza alla comunità israelitica.
Il libro consta di 135 pagine ed è diviso in due parti - la prima è una “Descrizione generale” (pagg. 7-78), la seconda è una “Descrizione particolare” (pagg. 79-12) – alle quali seguono le “correzioni e mutazioni dell'autore voluta al concetto”, l'indice e, appunto, l'elenco dei “nomi degli onorevoli signori associati” che, tra Corfù (tanti), Santa Maura e Cefalonia, avevano sottoscritto l'acquisto di una copia, mentre non si avevano notizia di possibili sottoscrittori da Paxo e da Itaca, da Zante e da Cerigo.
De Mordo, nei 28 paragrafi dei quali consta la prima parte, inizia con lo studiare la posizione fisica e quella astronomica, quindi riferisce dei gruppi di isole e ancora, dedica tre paragrafi alle “superficie e popolazione” e quindi analizza “orografia” e “idrografia”, soffermandosi sui “corsi d'acqua (potamografia)”, sui “laghi e lagune (limnografia)” e sui “golfi, canali e porti (solingrafia e kolpografia). Tutto questo per poi passare alla “divisione naturale delle isole”, ai “capi e penisole (acrografia e chersonesografia)” ed a trattare delle coste ioniche, di “temperatura e clima”, di “suolo e produzioni naturali”. Oltremodo interessante il paragrafo dedicato ai “prodotti artificiali”. Qui leggiamo, tra l'altro che “l'industria manifatturiera è quasi nulla”, che “gli artigiani sono poco numerosi, mancandone anco generalmente nelle città” e che “gli abitanti di campagna, però, esano colle loro donne fabbricare tutti quegli oggetti che abbisognano”.
E che dire del paragrafo successivo, dedicato ai commercio, nel quale l'autore parla anche dei “porto-franchi a Corfù”? “Diconsi porto-franchi gli empori reali di Corfù (costituiti il 20 marzo 1827) – leggiamo -, nei quali le merci possono stare depositate, onde essere importati e riesportate”. Qui apprendiamo ancora che “Corfù è il mercato dell’Albania tutta e della maggior parte della Morea in quanto ai pesci, e di questi se ne fa commercio straordinario, in forza dell’immenso consumo, forse più della carne, nei numerosi giorni d’astinenza, prescritti dalla greca religione. Onde immensa di ogni pesce salato – prosegue -, ed in ispecie d’aringhe e di merluzzo. La Svezia invia stocofisso (sic!) e baccalà. I baccalà di Marsiglia, Livorno, Trieste, etc. – conclude -, vendonsi a più caro prezzo degli svedesi, ma più prontamente”.
Degno preludio, queste pagine, al trattare delle “monete, pesi e misure” e delle “strade terrestri e linee marittime”. “Corfù offre tre strade principali”, dice De Mordo e poi inizia a parlare delle “vie marittime” e nella Quarta linea, “Corfù per Trieste, linea occidentale”, parla dei porti di Brindisi, Bari ed Ancona.
A 150 anni dalla pubblicazione riveste un indubbio fascino leggere ancora il paragrafo che l'autore dedicò ad “Etnografia, religioni, etc.”. Parla innanzi tutti di “Ioni, ovvero nativi Greci, Israeliti, oltre non pochi abitanti di origine italica ed albanese” e di “forestieri”. Osserva quindi che “religione dominante, (e dello ex Stato ionio,) è la Greco-ortodossa, soggetta al Patriarcato di Costantinopoli, Ora però dipendere può dal santo Sinodo attico, siccome il resto della monarchia greca. Sono ancora riconosciute e protette le religioni: anglicana (religione dello ex-Stato protettore), la cattolica, l’israelita. Gl’Israeliti, sotto il Governo ionio non godevano dei diritti politici, comuni alle altre credenze”. Il bello della narrazione, tuttavia, viene appresso. “I caratteri fisici degli Ioni sono quelli dei loro confratelli, e formano dei Greci il più bel tipo della specie umana – scrive -, almeno per quello degli uomini. Essi sembrano creati espressamente per questo paese dei poeti e degli Dei” e ancora: “Le donne, alla palma della virtù, uniscono il vanto della bellezza, ed i modelli che ispirarono Apelle e Fidia, trovansi anco oggidì tra le Greche. Sono generalmente grandi – scrive ancora -, àn nobili le forme, l’occhio pieno di fuoco, e la bocca, ornata di belli denti, sembra forzare al bacio”.
E la geografia politica, sociale ed economica prosegue con lo studio di “lingua-coltura” del “Governo Ionio passato”, delle “finanze” e del mondo “militare e forze di mare”, nonché della “Divisione territoriale”, dei “Gran consolati”, tutti argomenti che precedono tre corposi e documentatissimi paragrafi di un “Riassunto storico” che parte dal mito e prosegue fino all'attualità degli inizi del XIX secolo dedicando molta parte a “Governo e condizioni degli Ioni sotto i veneti”. È interessante, ad esempio leggere: “Le Isole Ionie furono celebri in ogni tempo, e sempre possesso invidiato dagli stranieri. Pure per l’indomabile sentimento nazionale, conservarono gli Ioni immutabili quei caratteri precipui, che chiaramente addimostrano l’illustre loro origine” e da qui tutte le vicissitudini e l’alternarsi dei domini, fino all’anno precedente alla pubblicazione, perché “una convenzione fra le Potenze e l’Inghilterra, e l’altra fra quest’ultima ed il Governo ellenico, facevano finalmente nel 1864 a 2 di Giugno passare le Isole Ionie al Regno greco, con completa unione, dichiarandosi però Corfù e Paxo neutrali”.
Se De Mordo dedica 72 pagine alla prima parte, la “Descrizione particolare”, oggetto della seconda, è contenuta in 48 pagine, che prendono l'avvio con lo “Geografico schizzo di Corfù” e con la notazione di “altre isole, isolotti” per poi proseguire con la “Topografia di Corfù” e con lo “Schizzo storico di Corfù”. Brevi considerazioni “sull'isola di Paxo”, poi, precedono il paragrafo dedicato a “Santa Maura – Schizzo geografico” e quello dedicato al “sunto storico di Santa Maura”. E De Mordo va pian piano verso la conclusione con i “cenni storici di Theaki, l’antica Itaca, la piccola Cefalonia dell’Evo Medio”, con i “brevi cenni storici di Itaca”, quindi con una “elementare geografia di Cefalonia” e con il “sunto della storia cefalena”. Gli ultimi quattro paragrafi sono dedicati all’ “Idea geografica di Zante”, ai “cenni storici di Zante” ai “cenni geografici” di Cerigo ed allo “schizzo storico sopra Cerigo”.
Allora queste pagine erano destinate alla “gioventù studiosa”, ora sono da considerare una guida storico-turistica di prim’ordine. Proviamo a leggerle, ad esempio a Corfù, dopo essere sbarcati da un traghetto partito da Brindisi o da Bari: saliamo verso il centro cittadino attraverso il nuovo porto e, attraverso “muràghia”, raggiungiamo la sede dell’arcivescovo ortodosso e passeggiando tra Liston e la “spianata” prendiamo verso la chiesa di Santo Spiridione ed i kantounia. La speranza mai abbandonata è che ci si palesi Donato De Mordo, non il suo fantasma, ma un suo parente, anche lontano, capace di completare i nostri appunti sulla sua vita e pronto a darci qualche pagina rimasta manoscritta di suoi lavori.

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