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Venerdì 20 Ottobre 2017 | 01:32

«KICK OFF», CALCIO D'INIZIO

Esodi, evasioni e prigioni

Kick off

Francesco Chiarello

Francesco Chiarello

Il blog vorrebbe essere appunto un «calcio d'inizio» e, più estesamente, un commento, un avvio di discussione su fatti e avvenimenti che riguardano la società, la politica e l'economia, con particolare riguardo a ciò che accade nel Mezzogiorno e in Puglia.
Ma il verbo to kick significa anche scalciare e il sostantivo kick vuol dire contraccolpo, rinculo. In omaggio a questi significati il blog si propone di offrire punti di vista non allineati, polemici, sui temi che ispireranno gli interventi dell'autore.

Franco Chiarello insegna Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Bari «Aldo Moro». I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente i rapporti tra economia e società, le problematiche dello sviluppo locale e i rapporti tra sviluppo e ambiente. Su questi temi ha pubblicato diversi saggi e volumi.

Lo sfavillio estivo dell’esodo turistico verso la Puglia ha il suo contraltare nel dolente esodo dei migranti che in estate affollano i ghetti sparsi per la Puglia e alimentano buona parte del sistema agro-alimentare regionale. I vacanzieri dei resort di lusso e i migranti dei ghetti convivono spesso a pochi chilometri di distanza. Questi due mondi si sfiorano. E quasi sempre si ignorano. Anche se i primi bandiscono le loro tavole con i prodotti del lavoro dei secondi.

In entrambi questi luoghi si paga tutto. Ma se i resort sono luoghi di evasione, i ghetti sono prigioni. I primi offrono ospitalità a chi vuole riposarsi dal lavoro, i secondi servono primariamente a trovarlo un lavoro. Il ghetto non è il luogo dove si sceglie di andare per abitarci, ma il posto dove si è obbligati a risiedere per trovare un lavoro. Il problema della casa dipende da quello del lavoro.

Il ghetto è in primo luogo la piazza, l’ufficio di collocamento gestito dai caporali. Ed è il luogo in cui organizzazioni criminali – che le inchieste giudiziarie in corso dicono composte da altri migranti (capi-neri) - prosciugano gran parte del misero salario che i lavoratori stranieri traggono dal lavoro di raccolta dei pomodori o delle angurie. I soldi distribuiti a fine giornata dai caporali rientrano rapidamente nelle loro tasche o in quelle dei capi-neri. In alcuni casi organizzazioni criminali formate da migranti e caporali sono le stesse persone. In altri esiste una sorta di divisione del lavoro: ai capi-neri il controllo e la gestione delle attività economiche nei ghetti (dai servizi essenziali, come alloggio, acqua, luce,..., a quelli ‘voluttuari’, come droga e prostituzione), ai caporali locali i lauti proventi dell’intermediazione illegale di manodopera.

Il bracciante straniero guadagna meno di 3 euro all’ora per 12-13 ora giornaliere: non più di 30 euro al giorno per un lavoro senza diritti e senza regole. Ma la catena dello sfruttamento è lunga e colpisce anche le aziende agricole, che andrebbero fuori mercato se richiedessero prezzi più alti per il loro prodotto: se si scompone il valore aggiunto di un barattolo di pomodori pelati, si può stimare che circa un terzo vada alla logistica e alla grande distribuzione e oltre la metà all’industria di trasformazione. Al produttore resta meno del 10 per cento del prezzo finale e al bracciante che li ha raccolti meno dell’1 per cento (1-1,5 centesimi).

Siamo dunque di fronte alle forme più estreme di sfruttamento del lavoro. Qui parliamo di persone sottoposte a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza e a condizioni abitative degradanti. Qui parliamo di tratta degli esseri umani, di riduzione delle persone in schiavitù.


Eliminare i ghetti, raderli al suolo, come si propone di fare il presidente della Regione, Michele Emiliano per quello di Rignano Garganico, e sostituirli con campi “regolari” è certamente necessario, ma assolutamente non sufficiente. A Nardò, per dire, i due campi – quello regolare allestito da Prefettura e Comune con le tende del Ministero dell’Interno e quello illegale delle baracche e delle tende nell’area di una falegnameria occupata - sono l’uno accanto all’altro, ma i caporali reclutano da entrambi.

Per risolvere il problema dei ghetti non basta intervenire sui luoghi di vita, ma occorre incidere sulle condizioni di lavoro e su quelle di produzione.  Il contrasto dell’illegalità e la promozione di un lavoro decente nelle campagne presuppongono un’agricoltura di qualità.

La lotta al caporalato richiede una coralità di interventi rigorosi e simultanei. Il primo passo consiste nel legalizzare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro attraverso attività sistematiche di prevenzione, controllo e repressione verso chi organizza e chi utilizza il lavoro nero. Ma al contempo vanno messe in atto politiche di innovazione attraverso accordi di filiera che non siano penalizzanti per produttori e lavoratori, la creazione di marchi di qualità e di bollini etici fino a forme di premialità che incentivino le aziende a riqualificare la loro produzione orientandola verso beni di qualità più elevata.

Sebbene arrivi con grande ritardo, il disegno di legge contro il caporalato in agricoltura recentemente approvato dal Senato sembra muoversi in questa direzione. Alcune disposizioni sono ancora blande e limitate, ma sarebbe comunque un ottimo risultato se la legge venisse effettivamente approvata e poi rapidamente applicata così com’è. Non resta che attenderne l’approvazione definitiva, che – a detta del ministro della Giustizia, Orlando – dovrebbe arrivare entro la fine del 2016.

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